Prodotti biologici o a km zero: quali sono le differenze?

Biologico o km zero: cosa conviene scegliere? È una domanda molto più complessa di quanto possa sembrare perché le due espressioni vengono spesso utilizzate come se indicassero la stessa cosa. In realtà descrivono caratteristiche completamente differenti di un alimento.

Un pomodoro può essere biologico e arrivare da centinaia di chilometri di distanza. Un altro può essere coltivato a dieci chilometri da casa seguendo un metodo convenzionale. Un terzo può avere entrambe le caratteristiche: biologico e a km zero.

Non esiste quindi una contrapposizione obbligatoria tra le due categorie.

La scelta più consapevole consiste nel capire cosa certifica il biologico, cosa significa legalmente chilometro zero in Italia e quando le due caratteristiche possono essere combinate.

La distinzione è diventata ancora più importante dopo l’entrata in vigore della Legge 17 maggio 2022 n. 61, dedicata proprio alla valorizzazione dei prodotti agricoli e alimentari a chilometro zero e provenienti da filiera corta.

Cosa significa biologico

Un alimento biologico è un prodotto ottenuto secondo le regole previste dal sistema europeo dell’agricoltura biologica.

Il riferimento normativo principale è il Regolamento UE 2018/848 e la relativa normativa di attuazione e aggiornamento. Le norme riguardano produzione, trasformazione, etichettatura, controlli e commercializzazione.

Per il consumatore, il modo più immediato per riconoscere molti alimenti biologici confezionati prodotti nell’Unione Europea è l’Eurofoglia.

La Commissione Europea specifica che il logo può essere utilizzato soltanto su prodotti certificati e, per gli alimenti trasformati, quando almeno il 95% degli ingredienti agricoli è biologico e vengono rispettate le ulteriori condizioni previste.

La parola biologico descrive quindi soprattutto come viene prodotto un alimento, non quanto lontano sia stato prodotto.

Cosa significa km zero in Italia

Qui arriva una delle informazioni più interessanti, perché in Italia “km zero” non è semplicemente un’espressione pubblicitaria priva di significato.

La Legge n. 61 del 17 maggio 2022 definisce i prodotti agricoli e alimentari a chilometro zero.

Secondo l’articolo 2, rientrano nella definizione i prodotti provenienti da luoghi di produzione e trasformazione delle materie prime agricole primarie situati a non più di 70 chilometri di raggio dal luogo di vendita, oppure comunque provenienti dalla stessa provincia del luogo di vendita. La legge contiene inoltre disposizioni specifiche per determinati prodotti freschi della pesca.

Questa definizione è molto importante perché corregge un equivoco frequente.

Km zero non significa letteralmente zero chilometri.

Nel quadro della legge italiana può significare fino a 70 chilometri di raggio oppure provenienza dalla stessa provincia, nelle condizioni previste dalla norma.

E cosa significa filiera corta?

Anche “filiera corta” viene spesso utilizzato come sinonimo di km zero, ma non è esattamente la stessa cosa.

La stessa Legge 61/2022 definisce i prodotti agricoli e alimentari nazionali provenienti da filiera corta come quelli la cui filiera produttiva è caratterizzata dall’assenza di intermediari commerciali oppure dalla presenza di un solo intermediario tra il produttore e il consumatore finale. La norma precisa inoltre il trattamento delle cooperative e dei loro consorzi ai fini di questa definizione.

La differenza diventa quindi molto chiara.

Km zero riguarda principalmente la distanza geografica.

Filiera corta riguarda il numero di passaggi commerciali.

Biologico riguarda il metodo produttivo.

Sono tre caratteristiche differenti che possono però coesistere.

Un prodotto biologico può arrivare da lontano?

Assolutamente sì.

Pensa a caffè, cacao, banane o alcune spezie.

Possono essere biologici certificati, ma evidentemente non possono essere prodotti a 30 chilometri da Milano, Roma o Torino.

Anche molti alimenti coltivabili in Italia possono provenire da altri Stati europei.

La Commissione Europea prevede infatti che accanto al logo biologico vengano fornite indicazioni relative alla provenienza delle materie prime agricole, distinguendo anche tra agricoltura UE e non UE.

La certificazione biologica non comporta quindi automaticamente una filiera geograficamente corta.

Un prodotto a km zero può essere convenzionale?

Sì.

Un agricoltore che coltiva ortaggi a dieci chilometri da casa tua può utilizzare un metodo convenzionale.

Il prodotto può essere estremamente locale e soddisfare i requisiti previsti per la definizione di km zero, ma questo non lo rende automaticamente biologico.

È probabilmente l’equivoco più importante da evitare.

Locale non significa bio.

E allo stesso modo bio non significa locale.

Cosa è meglio: biologico o km zero?

Non esiste una risposta universale.

Dipende da quale caratteristica stai cercando.

Se la tua priorità è il metodo produttivo, la certificazione biologica fornisce un sistema regolamentato e sottoposto a controlli.

Se vuoi sostenere le aziende vicine e privilegiare la provenienza territoriale, il km zero diventa particolarmente interessante.

Se desideri ridurre i passaggi commerciali, puoi cercare la filiera corta.

La combinazione ideale, quando disponibile, può essere un prodotto biologico locale acquistato direttamente dal produttore.

Ma non sempre sarà possibile e non è necessario trasformarla in una regola assoluta.

Un esempio pratico: le mele

Immaginiamo di avere davanti tre cassette.

La prima contiene mele biologiche provenienti da un’altra regione.

La seconda contiene mele coltivate convenzionalmente a quindici chilometri da casa.

La terza contiene mele biologiche provenienti da un’azienda agricola a venti chilometri.

Qual è la scelta migliore?

La terza combina biologico e prossimità geografica, ma questo non significa necessariamente che sia sempre quella da comprare: bisogna considerare anche prezzo, qualità, disponibilità, varietà e quantità necessaria.

Il punto fondamentale è sapere quali caratteristiche stiamo realmente confrontando.

Un prodotto locale è sempre più sostenibile?

Non necessariamente in modo automatico.

La distanza è soltanto uno degli elementi che possono incidere sull’impatto di una filiera.

Metodo produttivo, resa, conservazione, confezionamento, trasporto, refrigerazione e spreco alimentare possono influenzare il risultato complessivo.

Per questo ridurre tutta la sostenibilità alla distanza chilometrica può essere eccessivamente semplicistico.

Il km zero rimane comunque molto interessante per altri motivi: consente di conoscere più facilmente la provenienza, sostenere aziende del territorio e creare rapporti diretti tra produttore e consumatore.

Biologico significa sempre sostenibile?

Nemmeno in questo caso è utile utilizzare assoluti.

Il sistema biologico incorpora specifici obiettivi e regole ambientali, ma un alimento biologico può comunque attraversare una lunga filiera, essere confezionato o richiedere conservazione e trasporto.

Per questo molti consumatori scelgono di utilizzare una combinazione di criteri:

biologico quando possibile, stagionalità, provenienza vicina quando ha senso e riduzione dello spreco.

La stagionalità è forse il terzo criterio da considerare

Quando confrontiamo bio e km zero dimentichiamo spesso la stagione.

Un prodotto locale coltivato nel momento naturalmente più adatto può rappresentare una scelta molto diversa rispetto a uno ottenuto fuori stagione utilizzando sistemi produttivi più complessi.

Seguire la stagionalità permette inoltre di variare maggiormente ciò che mangiamo durante l’anno.

Non bisogna quindi chiedersi soltanto “bio o km zero?”, ma anche:

è il momento naturale di questo prodotto?

Comprare al mercato significa comprare km zero?

Non automaticamente.

Un mercato cittadino può ospitare commercianti che acquistano merci da diverse regioni o Paesi.

Anche un mercato agricolo di vendita diretta deve essere valutato in base alla provenienza effettiva dell’azienda.

Se vuoi sapere se un prodotto rientra nella definizione di km zero, puoi semplicemente chiedere dove sia situata l’azienda o il luogo di produzione.

La legge italiana offre oggi un riferimento molto concreto: 70 chilometri di raggio oppure stessa provincia, nelle condizioni previste dalla norma.

Campagna Amica significa biologico?

No.

I mercati agricoli e la vendita diretta sono strumenti molto interessanti per costruire una filiera corta, ma l’azienda presente può essere biologica oppure convenzionale.

Se vuoi entrambe le caratteristiche devi chiedere:

da dove proviene il prodotto?

l’azienda è certificata biologica?

È una verifica molto semplice che permette di trasformare il mercato in uno dei luoghi migliori per trovare bio locale.

GAS e filiera corta

I Gruppi di Acquisto Solidale possono diventare un’altra soluzione interessante.

Un GAS può organizzare acquisti collettivi direttamente presso produttori o utilizzando filiere con pochissimi passaggi.

Ciò non significa automaticamente che tutti i prodotti di un GAS siano biologici.

Dipende dai criteri scelti dal singolo gruppo.

Ancora una volta, biologico e filiera corta devono essere verificati separatamente.

Km zero significa necessariamente economico?

No.

La vendita locale può ridurre alcuni passaggi, ma il prezzo finale dipende da costi di produzione, dimensione dell’azienda, quantità, stagionalità, qualità e molte altre variabili.

Un piccolo produttore artigianale può avere costi superiori rispetto a una grande azienda.

Non bisogna quindi scegliere il km zero aspettandosi automaticamente un forte sconto.

Il vantaggio può essere soprattutto nella tracciabilità e nel rapporto diretto con il territorio.

Il biologico è necessariamente più caro?

Nemmeno in questo caso esiste una regola universale.

Un alimento biologico può costare sensibilmente più della versione convenzionale oppure avere una differenza molto contenuta durante una promozione o quando viene acquistato in stagione.

Il metodo migliore è confrontare sempre il prezzo al chilogrammo o al litro, non soltanto il prezzo della confezione.

DOP, IGP, biologico e km zero: quattro concetti diversi

Questa distinzione diventa particolarmente importante in Italia.

DOP e IGP riguardano il legame geografico e il disciplinare specifico di un prodotto.

Biologico riguarda il metodo produttivo.

Km zero riguarda la prossimità definita dalla normativa italiana.

Filiera corta riguarda il numero di intermediari.

Un alimento può quindi essere contemporaneamente:

DOP, biologico e km zero per chi lo acquista vicino al luogo di produzione.

Oppure può possedere soltanto una di queste caratteristiche.

Come scegliere frutta e verdura

Per ortofrutta fresca può essere particolarmente interessante cercare l’incrocio tra stagionalità, biologico e provenienza locale.

Nei mercati agricoli puoi conoscere direttamente l’azienda, chiedere se è certificata e scoprire quali prodotti vengono raccolti in quel periodo.

Non è necessario trovare sempre tutti e tre gli elementi.

L’importante è sapere esattamente cosa stai comprando.

Come scegliere pasta, riso e legumi

Per i prodotti secchi la distanza può avere un peso differente nella decisione.

Qui si possono considerare origine della materia prima, certificazione biologica, tipo di lavorazione, prezzo e confezione.

Una pasta biologica italiana può essere un’ottima scelta anche se non viene prodotta entro 70 chilometri da casa.

Il concetto di km zero non deve diventare una limitazione artificiale per qualsiasi categoria alimentare.

Caffè, cacao e banane: il km zero non ha senso

Per alcune categorie il confronto è ancora più evidente.

Non possiamo realisticamente cercare cacao o caffè a km zero in Italia.

In questi casi possono diventare più interessanti certificazione biologica, provenienza e sistemi legati al commercio equo.

È un buon esempio di come sia preferibile utilizzare criteri diversi a seconda del prodotto.

Quando scegliere biologico

Il biologico è particolarmente interessante quando vuoi avere un riferimento regolamentato sul metodo produttivo.

Il logo europeo, gli organismi di controllo e la normativa consentono al consumatore di verificare che non si tratti semplicemente di una dichiarazione commerciale.

Quando scegliere km zero

Il km zero è interessante quando vuoi privilegiare la vicinanza geografica, soprattutto per prodotti freschi e stagionali.

La definizione italiana introdotta dalla Legge 61/2022 rende inoltre il concetto molto meno ambiguo di quanto fosse in passato.

Quando cercare entrambi

Quando trovi un’azienda agricola biologica situata vicino a casa e acquisti direttamente ortaggi, frutta, olio, miele o altri prodotti, puoi riuscire a combinare biologico, km zero e filiera corta.

Questa può essere una soluzione particolarmente interessante, ma non deve trasformarsi in un obbligo per ogni singolo alimento acquistato.

Domande frequenti

Km zero significa davvero zero chilometri?

No. La legge italiana considera, nelle condizioni previste, prodotti provenienti entro un raggio non superiore a 70 chilometri dal luogo di vendita oppure dalla stessa provincia.

Km zero significa biologico?

No.

Biologico significa italiano?

No. Un prodotto biologico può provenire da altri Paesi UE o extra UE.

Filiera corta e km zero sono la stessa cosa?

No. La filiera corta riguarda gli intermediari; il km zero riguarda principalmente la distanza geografica.

Quanti intermediari può avere una filiera corta?

La Legge 61/2022 definisce la filiera corta come caratterizzata dall’assenza di intermediari commerciali oppure dalla presenza di un solo intermediario tra produttore e consumatore finale, con la specifica prevista per cooperative e consorzi.

Un prodotto DOP è biologico?

Non automaticamente.

Posso trovare biologico a km zero?

Certamente, quando un’azienda vicina produce secondo metodo biologico certificato.

Conclusione

La domanda “meglio biologico o km zero?” parte da un presupposto sbagliato: non sono due categorie alternative.

Il biologico descrive principalmente come viene prodotto un alimento.

Il km zero descrive quanto vicino viene prodotto, secondo una definizione che in Italia considera anche il limite di 70 chilometri o la provenienza dalla stessa provincia nelle condizioni stabilite dalla legge.

La filiera corta descrive invece quanti intermediari separano produttore e consumatore.

La scelta più consapevole consiste quindi nell’utilizzare queste informazioni insieme.

Quando è possibile, un prodotto biologico, stagionale, locale e acquistato attraverso una filiera corta può riunire caratteristiche molto interessanti.

Quando non è possibile, non c’è nulla di sbagliato nel decidere quale criterio sia più importante per quella particolare categoria.

È proprio questa capacità di distinguere i concetti che permette di fare una spesa realmente consapevole, invece di affidarsi semplicemente alle parole stampate sulla confezione.

Leggi anche

I commenti sono chiusi, ma i trackback e i pingback sono aperti.